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PALAZZO PERRONE

                                      Comune Sacco

Alle falde del Monte Motola, nei pressi della gola profonda del Sammaro, in un paesaggio naturale che conserva intatta la sua stupefacente bellezza, è ubicato il centro abbandonato di Sacco Vecchia, una realtà monumentale di notevole interesse. La presenza delle sorgenti del Sammaro, nella gola sottostante lo sperone su cui sorge il borgo medievale, in uno scenario naturale di estrema suggestione e bellezza, ha favorito, in età preistorica un insediamento in grotta. La grotta, nota come Grotta Grande di Sacco o Grotta di Jacopo, a un centinaio di metri dalle sorgenti, è stata abitata da una comunità pastorale tra il XV ed il XIV sec. a.C., in piena età del Bronzo.

Ambito storico-tipologico
Impianto originario del palazzo: maestranze seicentesche locali per quanto riguarda l’inizio della costruzione del palazzo. Successivi ampliamenti e decorazioni con influssi e caratteri tipici dell’architettura tardo barocca provinciale (lo si nota negli stucchi e nelle decorazioni) si sono avuti e XVIII secolo. L’attuale struttura, risale anche agli ampliamenti ottocenteschi e ai restauri degli anni Novanta del XX secolo.Il centro antico del paese conserva l’aspetto di un antico borgo fortificato, in alcuni tratti ancora cinto di mura, arroccato sulle pendici di un colle a guardia della profonda gola del Sammaro; lo testimoniano i resti della cinta muraria e dell’originario castello. Alcune parti del centro e vari edifici di interesse storico-artistico sono in procinto di essere vincolati dalla Soprintendenza per i B.A.P.P.S.A.E. di Salerno ed Avellino.
Il paese era munito di 4 porte:
La porta della Saracina.
Aveva sul lato destro una imponente torre angioina ed era inglobata nelle strutture dell’antico castello. Questa era una porta principale da cui nasceva la via ducale. La catastrofica frana del 1908 distrusse completamente sia la porta che la torre. Oggi si ammirano unicamente resti di murature e di basamenti circolari.
La porta di S. Lucia.
Allocata al Pizzo del paese a lato della cappella di S. Lucia, riceveva, riunendole nel corso principale del paese, via S. Lucia e via S. Antonio. Questa porta venne in parte distrutta nel 1880 quando al Pizzo del paese arrivò la strada provinciale che scendeva dall’Epitaffio: questa strada attualmente è il corso Vittorio Emanuele. La distruzione definitiva di quello che restava della struttura è avvenuto negli anni quaranta. Oggi della porta resta solo il ricordo.
La porta di S. Antonio.
Era sul lato della cappella di S. Antonio al Chiaio. Da questo ingresso passava la strada per andare al Vallo di Diano. La porta è stata distrutta insieme alla cappella da una slavina, che si staccò dalla montagna partendo dall’invaso pluviale della valle di Santa Cecilia nel 1858. La cappella di S. Antonio però era già stata trasferita nel 1698 in località S. Giovanni, sul punto ove ancora oggi è presente. Sulla costruzione realizzata al posto della cappella è presente una nicchia votiva dedicata a S. Antonio.
La porta del Lavinaio.
E» l’unica ancora esistente, inglobata nella imponente struttura, che la tradizione dice essere stata il Convento, del quale però non si trova traccia in nessun documento. Questa era un ingresso secondario non ufficiale ma utile al volgo per la facilità con cui si accedeva alla campagna; ancora oggi conserva la stessa funzione. Ai lati della porta si notano i resti delle mura di cinta del paese, che a destra continuano fino al Cieuzo per ben 200 metri, mentre a sinistra della porta
terminano nell’orto dell’ex convento con una serie di archi e muratura.
Notizie storiche sul paese e sui suoi feudatari.
Nato probabilmente nel VIII secolo per opera degli abitanti di Casal Vecchio, sede dei duchi di Benevento, Sacco ha un toponimo che sembra derivare dalla posizione inaccessibile del suo Castello (dal latino saccus, via senza uscita), oppure, da un nome di persona, Saccia, la moglie di uno dei duchi sanniti, vissuta nel vecchio maniero. Nell’area si insediò una comunità di monaci greci attorno alla chiesa di San Nicola, denominata, secondo la tradizione locale, Zatalampe, termine greco-bizantino che vuol dire “cerco la luce”. Con il loro arrivo, nel VII secolo, i Longobardi, per controllare il passo oggi detto “del Corticato”, che permette di passare agevolmente dalla valle del Calore a quella del Tanagro nel Vallo di Diano, eressero un castello su un’altura a ridosso del torrente Sammaro.
L’esistenza di un Castello, al centro di un articolato sistema fortificato, è testimoniata dalla presenza di alcuni resti di mura, di una torre e di una struttura dedicata al culto, rinvenuti su un costone roccioso del Monte Motola.
Nel X secolo, il Castello di Zatalampe fu incentivato per la sua funzione di caposaldo verso nord-est e quindi verso la contea di Laurino. Attorno al Castello si era già sviluppato un discreto nucleo abitato che però, a partire dagli inizi del XIV secolo, cominció a spopolarsi gradualmente in seguito alle distruzioni operate dagli Aragonesi nella guerra del Vespro (12821302), evento per il quale, il paese, si trovó ad essere una importante e strategica zona di frontiera. Il borgo medievale, pur nel degrado e nell’abbandono delle sue strutture racchiuse da mura e da torri, conserva quasi interamente l’impianto urbano con le casette addossate l’una all’altra, le strette stradine acciottolate che si arrampicano sul pendio e la piccola chiesa la cui planimetria è perfettamente leggibile attraverso i resti dei paramenti murari e di alcuni ingressi. Lungo l’impervia mulattiera che collega il centro abitato odierno con quello antico, su una roccia sono incisi due simboli fallici, che, in epoca cristiana, sono stati ritoccati per fare da ornamento ad una nicchia che fino a pochi anni fa accoglieva una statuetta; ma l’antica funzione magica traspare ancora chiaramente dal bassorilievo.
Numerosi documenti ed iscrizioni locali fanno cenno al periodo dell’abbandono di Sacco Vecchio avvenuto intorno all’anno 900 dopo Cristo. Nacque in quel periodo l’attuale abitato di Sacco, un nuovo nucleo urbano, formatosi non per aggregazione temporale lungo assi viari principali, ma con il preciso intento di accogliere ed assegnare un alloggio confortevole ad una popolazione numerosa in fuga. Osservando le rappresentazioni cartografiche, nella parte più antica del paese, l’originario impianto planimetrico presenta una struttura molto regolare, quasi ippodamea (a parte i lati curvilinei) simile ad una graticola, costituita da vie trasversali aperte (orientate nord-sud), che partono da due arterie principali con andamento curvilineo (quasi un semicerchio) che abbracciano la parte alta e la parte bassa del paese; nel mezzo è una grande strada (con andamento longitudinale) che divide in due l’agglomerato, ricevendo le vie trasversali. Dallo studio dell’antico impianto planimetrico, si evince che la nuova espansione del paese (Sacco Nuovo) fu fondata con un piano edilizio mirato, atto a soddisfare, nel minor tempo possibile, le esigenze di una intera comunità che si era spostata da Sacco Vecchio (distrutta da eventi naturali avversi, come scrive il presbitero Pascale, o da eventi belligeranti, come recita la notizia dell’abate Francesco Sacco).
In epoca angioina, il borgo divenne territorio feudale; dei baroni che hanno governato il feudo del borgo di Sacco si elencano solo quelli citati nei documenti, riportando l’anno del documento:
Nicola da Sacco nel 1268. Riccardo da Sacco nel 1298 e vari discendenti di Riccardo da Sacco nella prima metà del 1300. Guglielmo San Saverino nella prima metà del 1400. Camillo Scorciati da Castelcivita nel 1487; il feudo gli fu venduto dal re Ferrante d’Aragona. Giannantonio Capece da Laurino nel 1560. Fabrizio Lanario da Napoli nel 1607. Pasquale Caputo negli anni successivi. Vincenzo Carafa fino al 1613. Francesco de Juliis dal 1613. Dal 1652 subentra la
Famiglia Villani con Francesco Villani; Andrea Villani (1670), Luigi Villani (nel 1705, come si legge nei Relevi feudali), Scipione Villani (nel 1731, questi è il duca sepolto nella cripta ducale della chiesa di San Silvestro), Pasquale Emanuele Villani nel 1788; questi succede al padre Scipione, e regge il ducato fino al 1811, anno in cui viene sciolto il feudo dalla legge sulla eversione dei beni feudali.